G. Bertati. Lettera autografa

on Mar 25, 2014

Giovanni Bertati (Martellago, 1735-Venezia, 1815 circa).

Lettera autografa, piegata in quattro parti con tracce di ceralacca rossa, indirizzata a: “A Monsieur/Monsieur François Puttini/Entrapreneur de l’Opera/a Gênes”.

Carta con filigrana; mm 150 ca. x mm 210 ca.

Provenienza: archivio di Marcello Durazzo (1710-1791), fratello del conte Giacomo (v. scheda Giacomo Durazzo).

Esposizioni: Genova 1985.

Giovanni Bertati fu uno dei più noti librettisti italiani del secondo Settecento. Con uno di essi, La morte di Dimone, o sia L’innocenza vendicata, inaugurò il nuovo Teatro S. Cassiano di Venezia nel 1763. Il successivo sodalizio artistico con il compositore Baldassare Galuppi, detto “il Buranello”, lo portò a Vienna nel 1770, dove scrisse espressamente due libretti per lui. Si specializzò ben presto in libretti di carattere comico e ne scrisse almeno settanta, quarantacinque dei quali solo per il Teatro S. Moisè che diresse dal 1771 al 1791. Molti di essi, messi in musica da Giuseppe Gazzaniga e Antonio Anfossi, ligure di nascita ma formatosi a Napoli, ebbero grande fortuna in Italia e in Europa. Nel 1791 ritornò a Vienna in più occasioni e prese il posto del notissimo Lorenzo Da Ponte, librettista di Mozart, come primo poeta della corte imperiale. Ritornò a Venezia tre anni dopo, a quanto sembra per sua scelta. Dopo il 1798, svolse vari mestieri nell’Arsenale di Venezia che nulla avevano più a che vedere con il teatro d’opera.

Nella lettera qui pubblicata, spedita da Venezia l’8 gennaio 1780, Bertati dirigeva ancora il Teatro S. Moisè ed era in stretto contatto con Francesco Puttini, librettista lui stesso e appartenente ad una famiglia di impresari milanesi, da non molto stabilitosi a Genova per occuparsi principalmente del Teatro di S. Agostino del capoluogo ligure, anche se con alterna fortuna. Il documento testimonia quanto fossero importanti e talora determinanti i rapporti fra gli impresari: essi controllavano spesso circuiti primari (come in questo caso) o secondari dei teatri dell’epoca, soprattutto nella produzione e nella circolazione di opere serie e drammi giocosi. Ad essi erano legati non solo compositori, diventati poi famosi grazie alle loro pervicaci e mirate iniziative, ma anche cantanti e talora scenografi. In molti casi, erano gli artefici del trasferimento e dell’adattamento di gusti e di culture operistico-musicale differenti, nel passaggio di un allestimento da un teatro a un altro, in Italia come nelle principali corti europee.

L’argomento affrontato nella lettera dai due impresari riguardava il cattivo stato di salute del ballerino Giannini, “Primo Ballerino e Compositore de’ Balli” del S. Moisè, ammalatosi a Brescia di “febbre putrida”, ossia di sifilide. Avrebbe dovuto esibirsi a Genova nell’autunno o nel carnevale successivo, ma difficilmente il suo stato di salute glielo avrebbe consentito. Bertati affermava di aver trovato il Giannini disposto a “sciogliere la scrittura” con lui e riteneva opportuno informarne lo stesso Puttini perchè provvedesse al riguardo, magari scrivendogli di persona per avere maggiori notizie e rassicurazioni. Non sappiamo come si concluse la triste, ma non infrequente vicenda (diffusissima anche nei più alti livelli sociali del tempo), e se il Giannini riuscì poi a sopravvivere alla terribile infezione, magari godendosi un po’ di riposo e una salutare convalescenza nel capoluogo ligure.