G. Durazzo. Ex libris veneziano

on Mar 25, 2014

Ex libris del conte Giacomo Durazzo (Genova, 1717-Padova/Venezia, 1794).

Autore anonimo; acquaforte e bulino, mm. 420 x 450 (1770 circa).

Provenienza: biblioteca del conte Giacomo Durazzo, malamente e sciaguratamente distrutta e dispersa dagli eredi, come l’archivio privato, a partire dal 1970 circa.

Esposizioni: Genova, 1985; Genova 2004.

Grande, più o meno, quanto un attuale francobollo, questo piccolo capolavoro di incisione contrassegnava i volumi della Biblioteca del conte Durazzo (v. scheda Giacomo Durazzo) nel periodo in cui fu ambasciatore imperiale a Venezia (1764-1784), dove aveva anche una villa a Mestre dotata di un piccolo teatrino privato.

Qualcuno lo ha datato intorno al 1770, periodo in cui si sistemava anche la villa estiva cui si è accennato, e si caratterizza per lo scudo gentilizio quadripartito (quello Durazzo del nonno, Marcello o Ignazio Marcello, e quello della nonna, Clelia Balbi; poi quello del padre, Giovanni Luca, e quello della madre, Maria Paola Franzone) accollato all’aquila imperiale bicipite degli Asburgo, sormontata da una corona marchionale, e circondato dal collare di Gran Croce dell’Ordine di Santo Stefano d’Ungheria. All’esterno, lungo il contorno inferiore, la dicitura: “CONTE G. DURAZZO A. C.”.

Forse appartiene al periodo conclusivo della legazione viennese, come la sistemazione della grande biblioteca e l’inventario della preziosa collezione di stampe. Sono documentati altri ex libris del conte, stampigliati in oro su entrambi i piatti di volumi finemente rilegati in pelle.

Il primo, qui pubblicato a sinistra, appartiene sempre al periodo veneziano (con il leone, simbolo della Repubblica di Venezia, da un lato, e l’aquila bicipite, simbolo degli Asburgo, dall’altro), presenta un’interessante simbolismo quasi autobiografico. A completamento estetico in basso, infatti, è stato inserito un ramo di gelso o, piuttosto, di mirto, pianta beneaugurante legata a Venere e in forma di serto, per il suo potere di far nascere l’amore tra le persone e, soprattutto, di renderlo duraturo. Gli stessi Romani, del resto, quando si meritava un piccolo trionfo, senza particolari sforzi, ma soprattutto senza spargimento di sangue, usavano corone di mirto e talora con rose, poiché Venere aveva in odio la violenza, le guerre e la discordia.

Nel secondo, pubblicato a destra, il ramo di mirto è scomparso, forse a testimoniare che l’incarico di ambasciatore era ormai stato accettato dal conte e attivato con una certa energia. Lo scudo gentilizio, pur conservando la corona marchionale, è ormai interamente circondato da una versione allegorico-decorativa della Gran Croce dell’Ordine di Santo Stefano d’Ungheria. Al centro dello scudo familiare quadripartito, è meglio evidenziato, rispetto al caso precedente, quello specifico del conte, in accordo con la sua prorompente personalità e l’importante mansione ricevuta dagli Asburgo.