Le Cacciatrici Amanti

on Mar 25, 2014

Le Cacciatrici Amanti, “Festa Teatrale per Musica a quattro voci”.

Laxemburg, giugno 1755; Vienna, Teatro Imperiale, 1756.

Libretto: Giacomo Durazzo (1717-1794).

Musica: Georg Christoph Wegenseil (1715-1777).

Provenienza: biblioteca del conte Giacomo Durazzo (v. scheda Ex libris)

Esposizioni: Genova 1985; Genova 2004.

Come ha già supposto Bruce A. Brown (1997), il grande ritratto di Martin van Meytens (Mytens) “il Giovane” (v. scheda Giacomo Durazzo), che raffigura il conte Giacomo e sua moglie Ernestine come “cacciatori amanti” e conservato nel Metropolitan Museum di New York, sarebbe stato ispirato da un testo composto dallo stesso Durazzo. Con musica dell’austriaco Georg Christoph Wegenseil, la “Festa Teatrale” dal titolo Le Cacciatrici Amanti, su libretto appunto del nobile genovese, andò in scena prima a Laxemburg, luogo di villeggiatura della corte, nel 1755 e quindi a Vienna nel 1756.

Strutturalmente lo spettacolo ricorda un’opéra-ballet alla francese, ma nell’esile storia mitologica portata sulla scena (amori vietati e travagliati delle ninfe di Diana, rigida custode della loro castità), c’era anche quel desiderio di “Omnia vicit Amor” (con riferimenti più o meno riguardanti la burrascosa vita sentimentale e coniugale del Durazzo) che sembra anticipare, pur in una dolorosa e sommessa sconfitta, una bellissima aria da Armide di Gluck (Parigi, Opéra, 1777, atto III), quando l’omonima maga, vinta dall’amore di chi doveva distruggere e conscia ormai di aver perduto, insieme con i suoi incantesimi, ogni potere sull’amato-odiato Rinaldo, ammette di essere stata vinta “dal crudele Dio bendato” e accetta, nonostante questo o proprio per questo, che la libertà e le vita “le siano tolte”.

Si può anche ravvisare una sorta di parallelismo tra il libretto di Le Cacciatrici Amanti e il dipinto di Van Meytens junior, dove si raffigurano Giacomo ed Ernestine come appunto “cacciatori amanti”, attraverso una minuziosa simbologia legata ai fiori ed al risveglio primaverile della natura, insieme con le più prosaiche abitudini del cerimoniale di corte, come la caccia, ma metaforicamente rinnovate da allusioni più sottili.

I tre fiori di giglio sul capo di Ernestine indicano i tre rami della casata del Durazzo; la fioritura generale della stagione appena iniziata che rappresenta, insieme con la rinascita generale di ogni forma di vita, la ripresa delle convenzioni ipocrite e formali della corte e dei suoi intrighi, le battute di caccia appunto, simbolicamente intese anche come riscoperta non solo della libertà, ma anche dell’antico e complesso legame, o sentimento, che intercorre tra il cacciatore e la sua preda.

E c’è poi il cagnolino, ai piedi di Ernestine, effigiata in un’olimpica e distaccata serenità, come una sorta di dea con i suoi animali sacri, attraverso i quali domina sulla fedeltà e la dedizione, senza cedimenti se non di fronte alla verità. Come Diana stessa nella “Festa Teatrale” in discorso.